Personaggi - Federigo Borromeo
Personaggi - Federigo Borromeo
Presente nei capitoli: 22, 23, 24, 25, 26, 28, 32
Se il padre Cristoforo è il cavaliere di Cristo e l'eroico santo della carità, il cardinale Federigo è l'eroe dell'apostolato; figura storica, egli rappresenta la potenza rinnovatrice morale e sociale del cristianesimo. Tutta la sua vita poggia su una convivenza profonda; infatti persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto, cominciò da fanciullo a pensare come potesse rendere la sua utile e santa. Fermo, inflessibile nel beno, liberale e saggio, in tutte le circostanze della sua vita fu instancabile nel beneficare e nell'istruire, ardente di carità, dovunque spargeva i suoi doni, sovveniva ai molti bisogni, umile tra la folla attirava tutti per la soavità dei modi e la grande pietà. Risparmia per sé limitandosi a quanto è strettamente necessario, per largheggiare in elargizioni, in ospizi e ricoveri, dove siano accolti i deleritti e gli infermi. Magnifica figurazione del Bene, consapevole della sua alta missione, consacra tutto se stesso a migliorare il prossimo, a consolare con animo munifico e cortese i poveri, a redimere il prossimo, a consolare con animo munifico e cortese i poveri, a redimere i traviati. La sua santità è così evidente in tutti i suoi termini e così trascendentale che, senza ch'ei lo sappia e lo voglia, finisce col distanziarlo dalla realtà umana, nella quale tuttavia egli operosamente e generosamente vive, e riesce figura nobilissima, altissima, ma assai meno umana e commovente di quella di padre Cristoforo, il quale caricandosi via via sulle sue spalle innumerevoli fardelli di colpe o di dolori altrui, ha conquistato sempre più vera e totale la propria umanissima santità. Il che però non altera o distacca dalla realtà la figura di Federigo, che se nelle pagine biografiche è tanto idealizzato, che può apparire quasi un'astrazione e un simbolo, negli episodi più veri del romanzo, specialmente nella famosa confessione dell'Innominato, rivela tutta la sua umanità, la potenza del suo sentimento, la capacità della sua anima a comprendere, la schiettezza del suo costume umano e religioso a medicare e a sanare le coscienze in tumulto. Durante i terribili flagelli della carestia e della peste l'ardore del suo apostolato moltiplica le opere di carità in ragione dei bisogni; il cardinale prudente e previdente in mezzo alla confusione generale, sa disporre con saggezza, per quanto può con i suoi mezzi, misure atte a sollevare, a confortare, a soccorrere quanti guardano a lui come ad un essere superiore. Dolce e fraterno, eroicamente umile, se pur animato da carità e da zelo, non è capito da don Abbondio; mentre di fronte all'Innominato, virtù, tanto che il primo ne è vinto e conquistato, e i due interlocutori, divenuti uguali nella carità, si abbracciano.
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