Personaggi - Griso e Nibbio
Personaggi - Griso e Nibbio
Il Griso è presente nei capitoli: 7, 8, 11, 20, 25, 33
Il Nibbio è presente nei capitoli: 20, 21
Il Manzoni con poche pennellate ci ritrae questa genìa di uomini tarchiati, dallo sguardo truce, dal lungo ciuffo, armati di tutto punto, pronti a tutte le violenze, sicuri della immunità che viene loro dalla livrea dei padroni. Questi omacci arcigni, dal viso abbronzato, altezzosi, ubbidiscono agli ordini più iniqui dei signorotti; rifiuti del consorzio umano si assicurano così un pane scellerato e l'impunità. Essi rappresentano il prodotto naturale, logico, delle ingiustizie, delle sopraffazioni, delle violenze di un governo debole ed oppressore in quel secolo. Né le gride, che si ripetono continuamente, comminando pene sempre più gravi, valgono a disperdere siffatti spavaldi dispensatori di coltellate e di schioppettate. Ma se i bravi sono altezzosi e violenti, quando non c'è il pericolo, si fanno umili e modi se sono presi dalla paura di cadere in trappola. Il loro marchio è la viltà. Ma ora ci interessa di osservare due tipi, due espressioni della braveria, cioè il Griso e il Nibbio. Al primo si attaglia alla perfezione il nomignolo, perché mette in evidenza tutto il grigiore di un'esistenza torbida di soprusi e violenze, commessi con la spavalderia di chi sa di essere spalleggiato e al sicuro da ogni interferenza della giustizia umana. Il Griso è il simbolo dell'animo abietto, pronto a tradire; la sua vigliaccheria spregevole si manifesta appieno, allorché consegna il padrone colpito dalla peste, ai monatti. Dalla grigia e graveolente palude, in cui sta bene attuffata la viltà perversa del Griso, come sorpresi da una forza irresistibile siamo vertiginosamente portati in alto dal Nibbio, masnadiero sì, ma il cui animo, un miscuglio mostruoso di sentimenti e di istinti, è capace di ricorrere alle maniere più dolci, perché Lucia, l'infelice vittima, si metta tranquilla nella carrozza, che la conduce al castello. Il nomignolo del capo dei bravi dell'Innominato ben risponde all'immagine dell'uccello rapace, e molto a proposito il nibbio è posto accanto all'aquila, alla quale il Manzoni paragona il selvaggio signore: i due rapaci sanno elevarsi a volo a fendere il cielo con gli occhi fissi nel sole, anche se poi improvvisamente precipitano sulla preda per insanguinarsi il rostro e gli artigli. Che il Nibbio no sia tetragono ai sentimenti umani, ce lo prova la compassione che egli confessa di aver avuto per Lucia, quella compassione che se uno la lascia prender possesso, non è più uomo. E la compassione di quel bestione del Nibbio diviene suggestiva per l'Innominato che vi ripensa e, ripensandovi, ripete le parole di quello: unon non è più uomo!
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