Promessi Sposi
Presente nei capitoli: 19
Il Donadoni a proposito del padre provinciale dice: "Della morale cristiana il padre non pensa più altamente del dottor Azzeccagarbugli". E' il superiore nel pieno esercizio della sua funzione moderatrice, della sua autorità e null'altro; lo si deve osservare soltanto nella sua dignità di diplomatico, più o meno abile nel destreggiarsi tra i giochi dell'equivoco. Non è da negare che altri padri provinciali in siffatte circostanze avrebbero agito o agirerebbero come il nostro; la prudenza umana, quella che il mondo chiama tatto, vuole così, e permette che nei contatti sociali il più forte imponga la propria volontà con la minaccia di contrasti pericolosi a tutto il danno della giustizia. Allorché il conte zio con calcolo esagerato e ipocrisia farisaica muove le prime accuse a padre Cristoforo, il provinciale difende il suo inferiore, ma è una difesa burocratica, senza calore umano; quando dall'accusa generica il conte passa all'accusa specifica, il padre disarma sempre più, si fa sempre più prudente, pur consapevole e dell'innocenza di fra Cristoforo e della giusta causa per cui si batte. Il superiore, sopraffatto da vaghe minacce del suo interlocutore, esce vinto e copre la ritirata meglio che può, affermando che anche senza questo motivo, già pensava a fra Cristoforo per inviarlo a Rimini. Gli uomini fanno i tempi, quando gli uomini sono coscienze; i tempi formano gli uomini allorché questi sono vittime della loro prudenza puramente umana! Il Manzoni si compiace di contrapporre ad una personalità morale ambigua, un'altra personalità non meno ambigua; l'una vale l'altra, sicché non sono due podestà, ma due debolezze. A noi sembra che chi esce menomato dalla scena sia proprio il padre provinciale. E' un'ironia per contrasto che balza tanto più evidente, quanto meno interessato artisticamente appare l'autore; e il contrasto è tra la futilità dell'argomento e la solennità complessa e artificiosa delle arti diplomatiche.